Dal fascismo al secondo dopo guerra

Solo nel 1923 il primo governo Mussolini diede il via ad un processo di normalizzazione che avviò l'opera di revisione dei problemi cooperativi da parte del partito nazionale fascista. Dal 1925 al 1927 il Regime sciolse la Confederazione ed intraprese una radicale riorganizzazione dei settori cooperativi: fu creato l'
Ente Nazionale Fascista per la cooperazione con sede a Roma e le cooperative furono inquadrate nell'ordinamento corporativo.
Nei giorni che seguirono l'8 settembre 1943 il Fascismo provò a fare leva anche sulla cooperazione attraverso il Manifesto di Verona del novembre dello stesso anno. Tuttavia le sorti dell'Italia stavano per cambiare, e le forze antifasciste, che si preparavano a vincere l'ultimo atto di una cruenta guerra civile, posero le basi per la ricostruzione di cooperative libere e democratiche, alle quali venivano affidati ruoli e responsabilità per un'Italia democratica.
Alcuni segnali forti si avvertirono già con l'arrivo sul suolo italiano delle truppe alleate: in occasione del centenario dei Probi Pionieri di Rochdale, nel novembre del 1944, a Roma si vivono festeggiamenti di cui tutti i giornali danno vasta eco; il 15 maggio 1945 un gruppo di cooperatori cattolici ricostituisce la Confederazione Cooperativa Italiana; alcuni mesi più tardi la Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue venne ricostituita. Si arrivò così alla legge Basevi, approvata il 14 settembre 1947, contenente "Provvedimenti per la cooperazione", che sanciva sia i principi solidaristici e democratici cui dovevano ispirarsi le società cooperative, sia le clausole che avrebbero dovuto certificarne il rispetto del requisito della mutualità sancito dalla Costituzione.
La guerra fredda e la successiva divisione del mondo in due blocchi contrapposti smorzarono quasi istantaneamente le illusioni di un rinnovamento sociale. Al governo, De Gasperi traghettava l'Italia, ancora lacerata e sconvolta dai disordini di piazza, verso una vita normale e democratica fondata sul diritto al lavoro e al benessere.
Non furono anni facili nemmeno per il movimento cooperativo, spesso al centro di discriminazioni da parte dello stesso governo e vittima di un vero e proprio ostracismo. Il tentativo di individuare una via di riscossa passò attraverso la Carta rivendicativa della cooperazione (16 dicembre 1953) che rivendicava:
- restituzione del maltolto
- cessazione delle gestioni commissariali
- statuto definitivo della cooperazione
- perequazione finanziaria e tributaria
- abolizione dell'imposta di fabbricazione dello zucchero
- applicazione integrale del testo unico sull'edilizia popolare.
Le crisi degli anni Cinquanta ed i ripensamenti sulle tematiche dell'economia conclusero in definitiva la fase storica del cooperativismo, favorendo l'affermazione dei grandi consorzi nazionali. Nacque nel 1962 a Bologna il Consorzio Nazionale Dettaglianti (Conad) al fine di organizzare in comune i rifornimenti e gli acquisti di generi alimentari, bevande e beni di consumo; e, sempre a Bologna, l'anno successivo si attivò l'UNIPOL.