La cooperazione nell'Italia del XIX secolo tra crisi e sviluppo

Nasceva di fatto la cooperazione e si inaugurava un periodo pionieristico che, alimentato dai primi incoraggianti successi, ben presto fece della struttura cooperativa un
modello da imitare in ogni parte d'Europa. Non rimase avulso a questo panorama di rapide trasformazioni il suolo italiano e fu il Piemonte, dove era stata recepita l'innovazione delle associations fraternelles di Louis Blanc e il recentissimo Statuto Albertino aveva alimentato speranze di apertura alle forme di mutuo soccorso, a tenere a battesimo le prime cooperative nostrane.
Da quel momento il processo fu inarrestabile, tanto che alla fine dell'anno 1862 si potevano contare nel Regno d'Italia ben 443 società di mutuo soccorso delle quali 209 costituite tra il 1860 ed il 1862. La seconda metà del XIX secolo fu contraddistinta da uno sviluppo entusiastico che consentì di giungere alle prime cooperative di consumo (con Francesco Viganò a Como e con Luigi Luzzatti a Milano), alla prima banca cooperativa a Lodi e, soprattutto, al primo congresso dei cooperatori italiani (a Milano nel 1886) che sanciva la nascita della Federazione delle società cooperative italiane (denominata dal 1893 Lega Nazionale delle Cooperative).
Va sottolineato che la crescita, talvolta pionieristica, delle esperienze cooperative seguiva non di rado le alterne vicende politico-economiche del nostro Stato, mostrando, anche a livello geografico, quella gravissima dicotomia sociale ed economica che si era verificata e mai ricucita tra il Nord del paese ed il Mezzogiorno. La sperequazione economica, accentuata proprio sul finire del secolo da una forte e convinta spinta all'industrializzazione a settentrione, prendeva consistenza in alcuni dati resi pubblici nel 1890: l'Italia settentrionale contava l'87% delle sedi cooperative dell'intero paese, l'Italia centrale il 14% e appena il 5,3% il Sud e le isole.
Al Sud il movimento poté fregiarsi delle lotte e degli scioperi dei Fasci siciliani, ma in buona sostanza è doveroso asserire che le iniziative associazionistiche dei lavoratori rimasero sporadiche e scarsamente incoraggiate. Sorte assai diversa toccò al mondo cooperativistico cattolico, impegnato, dopo aver de facto superato il Non expedit di Pio IX, a recuperare terreno nella vita sociale italiana forse più preoccupato dai sempre maggiori favori riscossi dal movimento socialista, che non incoraggiato dall'enciclica di Papa Leone XIII Rerum novarum.
Sino a quel momento l'attività sociale ed istituzionale dei cattolici si era svolta prevalentemente attraverso l'Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici d'Italia (fondata a Venezia nel 1874). L'insufficienza di tale azione apparve chiara al termine degli anni ottanta e per correre ai ripari nel 1889 a Padova venne costituita l'Unione Cattolica per gli Studi Sociali.
Ad essa venne attribuito il compito di "sviluppare una riflessione all'altezza delle nuove sfide proposte dall'incipiente trasformazione della società e dell'economia italiane o perlomeno di alcune aree e regioni del paese". Uno dei possibili percorsi fu individuato nello sviluppo di organizzazioni sindacali cattoliche. In tale senso, l'enciclica di Leone XIII, incoraggiando l'associazionismo e legittimando la formazione di società composte di soli operai, consolidò la proposta dell'Unione Cattolica.